“Diventate ciò che siete”. È quello che diceva sant’Agostino ai suoi fedeli. Li esortava al desiderio…
RIFLESSIONE DI DON STEFANO SULLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI E 2ª DOMENICA DOPO DEDICAZIONE
Scritto il 31 ottobre, 2026

Leggiamo il vangelo delle beatitudini nella celebrazione della festa di tutti i Santi. È una scelta molto bella secondo me perché ci aiuta a comprendere l’importanza di questo brano di Vangelo. Cosa succede a chi cerca di viverlo? Succede che la sua vita diventa bellissima e veramente feconda.
Bellissima della bellezza stessa di Gesù, una bellezza che affascina, consola, sprigiona energie, desideri e sogni di cui tutti gli uomini hanno bisogno. Una bellezza feconda perché fa fiorire tutto ciò che è squisitamente umano e ha la forza di cambiare il mondo.
Chi cerca di vivere le beatitudini diventa Santo e perciò un dono di inestimabile valore per tutti.
La scelta della liturgia suggerisce anche un’altra cosa. Le beatitudini descrivono Gesù e qualcosa della vita di tante persone che abbiamo conosciuto e conosciamo che per noi sono importanti perché le percepiamo come “un dono dal cielo” perché avere a che fare con loro è per noi una grande ricchezza.
Conoscendole ci viene spontaneo pensare che vivere le beatitudini non è una cosa impossibile. Occorre dare fiducia a ciò che Gesù suggerisce come sicura possibilità di gioia, e serve un po’ di umiltà e coraggio e desiderio di rendere il mondo migliore.
C’è poi un secondo aspetto che mi piace. Conoscendo queste persone “sante” ci accorgiamo che dietro a qualcosa che ci appare evidente del loro modo di essere, che rimanda ad una beatitudine precisa, c’è in realtà anche la capacità di vivere anche altre. Ad esempio riconosciamo il fascino della mitezza che appartiene ad una persona e poi, “frequentandola” riconosciamo anche la sua povertà di spirito, il suo essere misericordioso, la sua capacità di condividere il dolore di tante persone.
Le beatitudini sono così. Una ti prende, ti conquista il cuore e provi a viverla….e ti ritrovi ad abbracciarle davvero tutte.
Grazie a questi “amiche” ed “amici” il vangelo delle beatitudini può diventare per noi come pane quotidiano.
Avete compreso queste cose? Gli hanno risposto “Si” con lucidità e determinazione! Non so se avrei risposto allo stesso modo. Sarei stato titubante per un pensiero che anche oggi mi ha preso mente e cuore al sentire la parabola. Io da che parte sarei messo? In quella dei pesci buoni o in quella dei pesci cattivi?
Mi sono difeso dallo smarrimento conseguente a questo pensiero dicendomi che il bello delle parabole sta nel fatto che non presentano mai un pensiero concluso, una dottrina definita con precisione una volta per tutte ma sono aperte ad una comprensione che può essere progressiva, promettente. Le parabole regalano una luce che diventa sempre più intensa e avvolgente. Mi sono ricordato che le parabole sono usate da Gesù per interpellare la coscienza, e la libertà di chi ascolta, per mettere in cammino, per alimentare desideri di una sempre più profonda conoscenza della verità di tutto.
È bella poi l’immagine della rete piena di pesci, pesci di ogni specie, buoni e cattivi. I pescatori non discriminano mentre raccolgono. Non è possibile ai pescatori buttare la rete e aspettarsi di raccogliere pesci dello stesso tipo, peso e misura e soprattutto solo pesci buoni. C’è una mescolanza di pesci che non si può evitare. Se pensiamo che questa immagine è capace di descrivere il nostro vivere ci troviamo a constatare che anche per noi e la nostra vita è così. Non ci è sempre possibile scegliere ad esempio quali esperienze fare. Viviamo e mentre viviamo facciamo esperienze buone ed esperienze cattive, incontriamo persone buone e persone cattive e mentre viviamo non sempre riusciamo a distinguerle per scegliere o evitare di incontrarle. Non è possibile mentre si vive evitare ciò che non ci piace, non è bello, utile, chiaro, positivo.
Non esistono neppure realtà che radunino in se solo il bene o solo il male. Per un po’ di tempo magari si riesce ad essere convinti c Paolo VI – Concenedohe sia così ma poi tutto ciò che è vita si presenta come insieme di bene e di male.
I pescatori poi raccolta la rete si dedicano al discernimento. Così nella concretezza della vita c’è il tempo per giudicare, distinguere, custodire e nutrirsi del bene raccolto e fare in modo che il male non ci prenda e vinca in noi.
Vorrei aggiungere un semplice pensiero. C’è una caratteristica nel modo di esistere che se vissuta garantisce di essere agli occhi di Dio un pesce buono? Mi aiuta a rispondere proprio l’aggettivo “buono”. Il “buono” non è colui che non sbaglia e giudica coloro che sbagliano. Buono è colui che sa di essere peccatore e non giudica nessuno e accoglie tutti. buono è colui che è misericordioso verso tutti
Se non ho misericordia sono comunque un pesce “cattivo”.
Don Stefano Colombo
Casa Paolo VI – Concenedo
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