OGGI LA GIORNATA DIOCESANA DELLA CARITAS AMBROSIANA – L’Arcivescovo: «Resistere all’omologazione, alla paura e al vento che tira»

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Scritto il 11 novembre, 2018

«Siamo il popolo della speranza, non della nostalgia, siamo tutti in cammino».

È questa l’immagine che disegna l’Arcivescovo nel suo articolato intervento proposto alle centinaia di operatori ambrosiani della carità, riuniti presso il Centro Pastorale di via Sant’Antonio per l’annuale Convegno alla vigilia della Giornata diocesana Caritas e per la Giornata Mondiale dei Poveri.

D’altra parte, già il titolo della mattinata a più voci – “Giovani in cammino verso Gerusalemme, città dell’incontro e della fraternità” – dice per intero la dimensione del “viaggio” nel quale tutti i cristiani sono impegnati, ciascuno con il proprio carisma, come sottolinea la Lettera Pastorale di quest’anno. Lettera che, citata espressamente o meno, è l’orizzonte di riferimento in cui si muove l’incontro, aperto dall’introduzione del direttore di Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti che sottolinea «l’importanza della dimensione dell’incontro per guardare ai poveri con lo spirito indicato da papa Francesco, accompagnandoli nel loro itinerario».

Una dinamica, questa, che è anche il cuore dell’intera riflessione dell’Arcivescovo. «Non sempre si vincono le battaglie e sappiamo che, a volte, pur seminando bene, si viene sconfitti».

L’esempio è la guerra, la “Grande”, di cui si celebra in questi giorni il centenario della fine, ma anche le possibili guerre di domani. «Per esempio, non vogliamo che l’Europa torni a essere un campo di battaglia, ma che sia, come lo può essere, terra di futuro, di intelligenza e di accoglienza. Il titolo di questo convegno è una scelta desiderata, non qualcosa di obbligatorio o scontato», chiarisce subito Delpini che offre uno spaccato dell’Assemblea dei Vescovi sui giovani cui ha partecipato come Padre sinodale.

«Tema fondamentale del Sinodo è stato l’ascolto. Ascoltare è una relazione che cambia gli interlocutori e decide di un cammino condiviso. I cristiani hanno il dovere di una lettura teologica dei giovani. Questo è un presupposto, oggi, non troppo significativo dal punto di vista della mentalità che creiamo. Sempre, quando abbiamo un rapporto personale con qualcuno, dovremmo chiederci quale è lo sguardo di Dio, perché la sfasatura tra ciò che il Signore vede in quella persona e ciò che facciamo noi, ci condanna alla superficialità».

Dunque come Dio vede giovani? «Come coloro che devono essere felici. La vocazione non è tale se non c’è qualcuno che chiama. Il Signore chiama a essere felici conformandoci a Cristo. Questo offre una prospettiva di speranza mettendo i giovani in cammino perché chiamati, mentre ciò che toglie la speranza è la crisi dell’Occidente, che è crisi di fede perché Dio scompare dall’orizzonte delle scelte».

Insomma, al li là della descrizione sociologica dei giovani, di quello che loro stessi dicono relativamente alla condizione giovanile, «occorre guardarli, da cristiani, con lo sguardo di Dio, chiedendosi in che modo ogni scelta diviene vocazione».

Tuttavia, in tale contesto, qualcuno deve farsi mediatore di questa voce.

«Il discorso intergenerazionale è cruciale perché la fede venga trasmessa. I giovani si sentono persi anche perché gli adulti si sentono insignificanti. Dobbiamo trasmettere, con una testimonianza di vita, la gioia e la speranza irradiate da Dio che ci chiama ad andare verso la terra promessa, la Gerusalemme celeste».

Se ciò vale per tutti, ancora di più – suggerisce il vescovo Mario – un simile atteggiamento riguarda gli operatori Caritas «che pure costatano fatiche e il cambiamento di mentalità corrente».

«Dobbiamo fare in modo che i giovani si sentano chiamati verso la speranza, verso una mèta attraente che motiva il cammino. Gerusalemme è la città dove abita l’Agnello: città dell’incontro perché tutti i popoli sono lì convocati. L’incontro è frutto della carità, di una condivisione che propizia la stima verso l’interlocutore, di una cultura che non vede la differenza come un ostacolo. La terra promessa non è un luogo, ma una comunione, ciò che lo Spirito santo costruisce facendoci diventare pietre vive».

Da qui la necessità di una formazione al dialogo che si costruisce nell’incontro e con il servizio: «Non bisogna essere troppo volontaristici, ma dobbiamo, in primis, lasciarci formare da Dio. Noi siamo fatti dall’Eucaristia da cui si forma la vita cristiana. La carità, la possibilità di vedere i vicini come fratelli, e non come pericoli, nasce dalla docilità allo Spirito che è condizione per vivere la fraternità dell’incontro. Una fraternità che siamo incaricati di costruire perché siamo tutti figli».

Il riferimento è al Sinodo minore diocesano. «Abbiamo appena concluso il Sinodo “Chiesa dalle Genti” nel quale ci siamo domandati come essere Chiesa dove tutti i figli di Dio si sentano accolti. Anche la Caritas non è un ufficio in cui celebrare dei servizi, ma deve essere qualcosa che promuove la cultura dell’incontro».

Infine, l’affondo che si fa consegna che l’Arcivescovo lascia agli operatori. «Finché siamo nella storia, dovremo considerare il cammino anche come una lotta. Quindi, occorre resistere, perseverare anche è difficile e si va contro corrente, attraversando il deserto. Resistere per contrastare l’omologazione, perché esistono tendenze e interessi perché diventiamo tutti uguali, ridotti a consumatori: più ci riducono così più c’è chi ci guadagna. L’omologazione è rassicurante, ma dobbiamo chiederci, per rispetto di noi stessi e per la docilità allo Spirito, se tutto questo è secondo il Signore».

E, poi, resistere alla paura «Essere attrezzati per questo vuol dire perseverare in quei percorsi dove si incontrano le persone per accorgersi che non sono un pericolo. Caritas ha dato esempio di come si possa collaborare con l’Ente pubblico avendo attenzione alla gente. Questo è promettente. Resistere alla paura vuole dire credere che l’esperienza che abbiamo costruito è sufficiente. Dobbiamo mettere nel conto le stanchezze, ma “il vigore che cresce lungo il cammino” (parafrasando il titolo della Lettera pastorale) viene dal desiderio di raggiungere la mèta. Mi pare che la narrazione della vita adulta, più che l’esibizione del buon esempio, debba sembrare incoraggiate perché dimostra che la resistenza, la speranza e la gioia sono promettenti. Oggi è una festa perché entriamo più profondamente nel mistero di Dio».

Dopo le parole dell’Arcivescovo ne sembra quasi un’immediata risposta la premiazione dei vincitori del Contest “Scendi dalla pianta” (200 i partecipanti, con prima classificata un’insegnante dell’Istituto professionale Ipsia “Majorana” di Cernusco sul Naviglio e Melzo, per il lavoro educativo svolto in una classe composta proprio da giovani provenienti da Paesi differenti).

Infine – prima della Tavola Rotonda con le testimoniane di 5 giovani impegnati nel volontariato, nella cooperazione internazionale, nella politica -, la Celebrazione del Mandato consegnato da monsignor Delpini agli operatori Caritas con la preghiera comune e la lettura di un brano del Messaggio di papa Francesco per i 45 anni della nascita di Caritas Italiana. «Sappiate che la Chiesa di Milano conta su di voi. Abbiate come finalità più l’incontro che il numero delle prestazioni, chiedendovi che tipo di rapporti costruite, annunciando ai giovani o a chi non è mai stato invitato o valorizzato nel nostro comune cammino verso la carità, la bellezza di questo itinerario».

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