DON STEFANO COMMENTA LE LETTURE DELLA DOMENICA DI ABRAMO

Scritto il 7 marzo, 2026

“Gli avevano creduto”. Si guarda bene Giovanni di dire che costoro avevano creduto IN lui. Non sono mai entrati nel suo mondo, nel suo modo di relazionarsi al Padre, agli uomini, alla vita, al mondo intero. Cosa scatena la diatriba? Questa frase: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Non riescono da subito a digerire queste parole di Gesù.

Se sono discepoli è perché lo hanno ascoltato? Cosa sentono come accusa nelle parole di Gesù?

Cosa significa rimanere nella sua parola?

Significa avere la sua parola come unico vero riferimento per la vita.

Significa mettere da parte il proprio modo di pensare e di valutare se non è in armonia con la sua parola.

Significa impegnarsi quotidianamente  a vivere ciò che la sua parola suggerisce.

Richiede fedeltà. Non può essere tradita, messa in pratica a seconda delle voglie e degli interessi personali. La Parola richiede capacità di rinnegare se stessi perché sia sempre vissuta in fedeltà.

Disponibilità a fare dell’amore gratuito, disinteressato, senza calcolo ne discriminazioni, amore verso tutti e sempre, l’interesse prioritario nel proprio modo di pensare e di agire.

Non sono liberi, sono schiavi…ma di chi e di che cosa? Continuano a riferirsi alla propria fede….

Schiavi della legge, di una adesione alla legge senza cuore, senza amore. Non sono liberi di amare.

Nel Vangelo di Giovanni c’è la proposta di un unico assoluto comandamento: amatevi come io vi ho amato:

Mettono in pratica 613 comandamenti senza amore vero verso Dio e gli altri,

giudicano, condannano, escludono chi non è come loro.

Preferiscono rimanere ancorati a una parola diversa.

Quella della tradizione ebraica che hanno imparato a seguire e mettere in pratica fin da piccoli.

È da buttare? No, assolutamente. E’ da interpretare alla luce della parola di Gesù che ne recupera lo spirito più autentico liberando coloro che si rapportano ad essa da una lettura legalistica ma senza cuore della parola stessa.

Come si conclude la litigata? Con la affermazione della propria divinità da parte di Gesù e con la decisione di ucciderlo da parte di coloro che gli “avevano creduto”.

Gesù afferma palesemente la sua divinità, attribuendo a se il nome di Dio rivelato a Mosè sul Sinai “IO SONO”. E’ una bestemmia secondo loro. Per chi invece è veramente discepolo questa rivelazione aiuta a comprendere perché la sua parola deve essere ascoltata, amata, vissuta, messa in pratica, ecco perché si deve rimanere nella sua parola. E’ una parola di verità che libera davvero.

Don Stefano Colombo
Casa Paolo VI – Concenedo

 

 

 

 

 

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Categories : Commento al Vangelo della Domenica | Decanato | Quaresima e Pasqua


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