FORMAZIONE/ Nel Mistero della fede si manifesta l’opera di Dio

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Scritto il 3 marzo, 2018

fedeli

Sequenza rituale inserita nella preghiera eucaristica, si riferisce alla consacrazione del pane e del vino in cui traspare l’azione invisibile di Gesù. Pubblichiamo monizione e presentazione a cura della Pastorale liturgica

La monizione per tutte le Messe

Dopo il Santo, il secondo intervento dell’assemblea nella preghiera eucaristica è costituito dall’acclamazione che segue il «Mistero della fede» del sacerdote. Nei tre testi a scelta previsti dall’ultima riforma liturgica, in forme diverse, i fedeli dichiarano che l’eucaristia è la memoria efficace della Pasqua del Signore (la sua morte di croce e la sua risurrezione) che attiva in noi l’attesa della ultima e definitiva venuta. La terza acclamazione esplicita inoltre la richiesta che la redenzione operata da Cristo dispieghi nell’oggi della Chiesa il suo dono di salvezza. È bene che i fedeli siano educati a usare tutte e tre le acclamazioni e che le sappiano anche eseguire in canto. È bene infine che esse siano cantate o recitate stando in piedi, dopo essere stati in ginocchio in adorazione durante le parole della consacrazione del pane e del vino.

Terminata la consacrazione del pane e del vino il sacerdote celebrante annuncia: «Mistero della fede»; segue l’acclamazione dell’assemblea. Questa sequenza rituale, inserita nella preghiera eucaristica solo con la riforma liturgica del concilio Vaticano II, ha inteso custodire un dato presente da secoli nel canone della messa, riposizionandolo però al termine del racconto istitutivo per attivare la corale partecipazione di tutto il popolo di Dio.

«Mistero» è termine specifico per indicare un’azione concreta, sensibile, nella quale si manifesta l’opera di Dio. Nel cuore della celebrazione eucaristica, il «mistero» cui ci si riferisce sono le parole e i gesti con i quali il sacerdote, obbedendo al comando del Signore («Fate questo in memoria di me»), consacra il pane e il vino. In essi, nella loro visibilità e concretezza, traspare l’azione invisibile di Gesù Cristo che, rinnovando il suo sacrificio di salvezza per il mondo in virtù dello Spirito Santo, si rende presente nei segni sacramentali per farsi cibo e bevanda spirituali. Tale mistero è «della fede» perché solo la fede sa scorgere la realtà che esso contiene e sa riconoscere la verità che esso annuncia. E questa fede è la fede della Chiesa che, radicata nella parola di Gesù trasmessa dagli apostoli, arriva fino a noi e richiede la nostra personale corrispondenza. Una fede che, mentre ci sprona a un’intelligenza sempre più viva e penetrante del mistero celebrato, ci fa umili e riconoscenti del dono che ci viene elargito e ci sospinge ad abbandonarci con piena fiducia alla promessa di grazia che esso racchiude.

Alle parole del sacerdote che, specie se in canto, sono come uno squillo di tromba che ci sollecita a rimetterci in piedi dopo essere stati in ginocchio fino all’elevazione del calice, corrisponde l’acclamazione – in canto o in recitazione – di tutto il popolo, secondo una delle tre formule previste. Queste ultime, interrompendo il flusso della preghiera eucaristica indirizzata al Padre, sono rivolte direttamente al Signore Gesù Cristo che, rinnovando il suo sacrificio di amore, si rende vivo e presente per mezzo dei segni sacramentali del pane e del vino. Il testo ispiratore è, in vario modo, la parola con cui l’apostolo Paolo commenta il racconto di ciò che Gesù fece «nella notte in cui veniva tradito»: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete il calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1Cor 11, 26). La seconda acclamazione lo conserva alla lettera, anche se lo riscrive nella forma di una piccola professione di fede: «Ogni volta che mangiamo di questo Pane e beviamo a questo Calice annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta». Resta così in primo piano la comunione sacramentale, che comunica ai fedeli la redenzione operata da Cristo nella sua morte di croce e mette in relazione il «già» del tempo della Chiesa con il «non ancora» della venuta di Cristo alla fine dei tempi. La prima acclamazione, sempre nella forma di una piccola professione di fede, è allo stesso tempo più concisa e più sviluppata del testo paolino: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Se infatti, da un lato, resta sottinteso il riferimento alla comunione sacramentale, dall’altro, la partecipazione alla redenzione di Cristo, operata dal rito eucaristico, è evocata oltre che con l’annuncio della sua morte, anche con la proclamazione della sua risurrezione. Tutto il mistero pasquale, morte e risurrezione, si rinnova per noi nel rito eucaristico. Più simile a un’invocazione, è infine la terza acclamazione, che si discosta maggiormente dalle parole di s. Paolo: «Tu, ci hai redento con la tua croce e la tua risurrezione, salvaci, o Salvatore del mondo». A Gesù, il Salvatore del mondo, si chiede di continuare a salvare qui e ora, per il tramite del sacramento dell’eucaristia, coloro che una volta per sempre egli ha redento con la sua morte di croce e con la sua risurrezione dai morti.

Tranne casi particolari, come nelle preghiere eucaristiche I, V e VI dove è d’obbligo la terza formula, l’assemblea dei fedeli potrà usare una delle tre formule a scelta. La voce guida e, quando l’acclamazione è eseguita in canto, l’intonazione dell’organo, suggeriranno di volta in volta la formula da usare. È bene che tutte e tre vengano usate alternativamente nel corso dell’anno, sia in rapporto alle diverse preghiere eucaristiche, sia in relazione con i tempi e i giorni liturgici. La loro memorizzazione costituirà un patrimonio di fede e di preghiera adatto a tutti, piccoli e grandi, e favorirà quella piena partecipazione al rito eucaristico auspicata dalla riforma liturgica. Bene sarebbe anche che tutti si alzassero in piedi al «Mistero della fede». Sarà il segno espressivo di una comunità unita e concorde, nella liturgia come nella vita.

 

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