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jack
05/06/2010 21.33
Davvero molto interessante la serata proposta venerdi sera dalla Biblioteca di Cortenova, introdotta dall'ex Sindaco Tonino Melesi, riguardante la presentazione del libro "Prete da galera" (che ha già avuto positive e interessanti recensioni su diversi giornali nazionali, tra cui La Repubblica e il Corriere della Sera) e che ha convogliato un pubblico molto numeroso, proveniente da tutti i paesi della Valsassina e non solo, nella sala riunioni della Banca di Cre
dito Cooperativo Valsassina a Cortenova.
Presente, oltre l'autore Don Luigi Melesi (nella foto il secondo da sinistra) cappellano nel carcere di San Vittore di Milano dal 1978 per circa una trentina d'anni, il cappellano delle carceri lecchesi Don Mario Proserpio, il Decano della Valsassina Don Mauro Malighetti, il Prevosto di Lecco Mons. Franco Cecchin, e anche il prof. Salvatore Grillo, dell'ISU Università Bocconi di Milano, il quale ha ricordato la filosofia ispiratrice di Don Luigi per la quale tutti gli uomini sono veramente figli di Dio, anche quelli che abbiano compiuto i delitti più orribili, e a tutti debba essere data almeno una possibilità di ricominciare da capo.
Don Luigi è un prete Salesiano, la compagnia fondata da Don Bosco, ed è riuscito a farsi amare dai detenuti tanto che le loro preghiere sono servite per fargli superare un momento di grande difficoltà, per motivi di salute, nel 1987. Ha incontrato molti detenuti, alcuni famosi, dagli ex militanti "irriducibili" delle Brigate Rosse al celebre Vallanzasca, riuscendo sempre a entrare in contatto con loro sollecitando sempre la loro umanità a volte anche ben nascosta.
Don Vittorio Chiari, già direttore cappellano nel carcere di Arese, ha sottolineato la volontà di Don Luigi di mettersi sempre "nei panni dell'altro", , della persona con cui si vuole entrare in relazione, sottolinenado il ruolo educativo che un cappellano come Don Luigi può avere: "Educare è come seminare memoria".
Quindi ha preso la parola Don Luigi, in un clima di massimo ascolto e attenzione, che ha ricordato inizialmente come il problema della giustizia dovrebbe interessare tutta la società e ogni persona, mentre invece è quasi sconosciuta.
"Cosa ci fa un prete tra i delinquenti ? I prigionieri condannati possono convertirsi e cambiare vita ? Accettano il prete e vanno a Messa?"
" Si - si è risposto su quest'ultimo punto Don Luigi - l'adesione alla Messa domenicale è più ampia tra i prigionieri che tra le persone comuni: mentre in città vanno a Messa al massimo il 30% dei civili (con punte in negativo del 10% e al limite anche del 4%) invece tra i prigionieri vanno a Messa oltre il 60% - 70% di loro."
Qual'è il ruolo del prete nelle carceri ? "Ho avuto modo di accendere la speranza dentro il loro cuore". La speranza non deve mai morire, altrimenti subentra la disperazione, che spesso porta ad atti autolesionistici e a volte anche al suicidio.
"La disperazione è una catena difficile da sciogliere, è un amalattia che conduce alla morte, provoca profonde angosce e nasce da una insoddisfazione interiore".
"Spesso i carcerati non hanno nulla, sono veramente dei "Miserabili" (ancora peggio di quelli descritti da Victor Hugo) condotti a scelte sbagliate da condizioni di vita funeste , da situazioni sociali insostenibili". Don Luigi è profondamente convinto che la storia di un uomo sia quasi sempre determinata proprio dalla sua situazione sociale: "Ho detto a un Capitano dei Carabinieri: se lei avesse avuto la storia di quegli uomini, lei sarebbe dentro con loro in carcere; se essi invece avessero avuto le sue possibilità, uno di loro sarebbe Capitano dei Carabinieri".
"La loro è una "vita maledetta" di cui essi per primi si vergognano, e in cui a volte non vedono speranza di redenzione".
Anche quelli che sembrano più cattivi degli altri, in fondo non chiedono che di essere accettati e compresi:" un uomo "cattivo" deve sentirsi abbracciato da un uomo "buono", e sentire l'urgenza di cambiare vita".
Molti poi gli episodi di detenuti narrati dal "cappellano del carcere": dal "giovane grande e grosso", pieno di rabbia perchè nessuno lo informava della situazione di sua madre malata ("ho telefonato io all'Ospedale e gli ho comunicato che era guarita"), al titolare di un'azienda finito nei guai per avere assunto due lavoratori accusati di Mafia .
"Gli hanno rovinato la vita, dodici anni passati in galera per un processo da cui è poi uscito assolto, voi non sapete quanti innocenti stanno nelle carceri, addirittura il 43-54% per cento dei carcerati dopo diversi anni di processi lentissimi e interminabili vengono prosciolti con formula piena per "non aver commesso il fatto".
Occorre una revisione dei processi e una riforma della Magistratura, ha aggiunto successivamente Don Luigi rispondendo ad una domanda dal pubblico: "Troppi processi vanno per le lunghe, anni di interminabili attese, e poi alla fine si scopre che l'imputato era del tutto innocente".
Quindi il capitolo sui Brigatisti rossi. All'inizio un'idea considerata un po "folle" dai suoi superiori: andare loro a dire la Messa.
"Tu sei matto, sono atei, anticlericali, odiano la Chiesa, strozzerebbero tutti i preti" gli avevano risposto i suoi superiori.
"Voglio provarci": la prima Messa, in silenzio, da solo, poi un'altra, un'altra ancora, porte che cominciano a spalancarsi, detenuti che cominciano a rispondere alle preghiere e alle meditazioni. Infine una Messa più grande, collettiva, nel salone grande del carcere, brigatisti che intervengono a commentare i passi del Vangelo, a discuterne, a interessarsi e coinvolgersi sempre di più.
"La parola di Dio" fa il miracolo: Don Luigi si conquista la loro stima e il loro affetto.
E ci sono anche risvolti pratici importanti. I brigatisti abbandonano definitivamente la via della violenza ("non serve a niente") e si convincono a cambiare strada. Dando delle indicazioni operative.
Celebre l'episodio dei borsoni di armi portati in Arcivescovado . "Don Luigi - mi dice un ex brigatista - noi vogliamo che i nostri compagni ancora liberi non facciano più i nostri errori" . La confessione, un deposito di armi segreto da smantellare, a Sud di Milano.
Don Luigi li accompagna con la macchina a prenderle, scavano in un luogo "segreto", e riempiono quattro borsoni pieni di fucili, pistole, kalashnikov e altre diavolerie. Tornano a Milano, incrociano un posto di blocco, ma nessuno deve sapere, altrimenti va tutto in fumo. Don Luigi scende dalla macchina: "devo andare urgentemente dall'Arcivescovo". Lo fanno passare, anzi lo accompagnano pure, e finalmente la macchina arriva dentro il cortile dell'Arcivescovo con questi quattro borsoni da artiglieria militare.
Così come la questione delle carceri minate. "Sono sicure - aveva risposto a Don Luigi il dirigente generale delle carceri Questore Amato, quando questi ha cominciato a rivelargli ciò che i brigatisti gli avevano confessato - le ho fatte costruire io, non entrerebbe uno spillo senza il mio consenso". Errore madornale: i vetri delle finestre erano sigillati con finto silicone, in realtà esplosivo, e tutte collegate . Una esplosione avrebbe distrutto il carcere e causato centinaia di morti. Chi aveva messo quel finto "silicone" ? Non si sa, ma i brigatisti confessano, neanche in un solo carcere, ma prima due ( a Bologna, dove c'era un altro Questore assolutamente incredulo), poi tre. Amato è sconvolto, mai se lo sarebbe aspettato, ma le nuove carceri italiane da lui volute avrebbero potuto saltare all' aria da un momento all'altro, senza che nessuno sospettasse di nulla.
"Cosa mi hanno insegnato i carcerati ?" ha concluso Don Luigi, a una domanda fattagli dal prevosto di Lecco Mons. Cecchin. "Innanzitutto ad avere pazienza, a saper aspettare, sopportare, a volte ingoiare i rospi, ma senza mai perdere la speranza. Poi mi hanno insegnato ad accontentarmi di poco: loro non hanno nulla, ma proprio nulla (spesso quando escono dal carcere non hanno neanche i soldi per il biglietto ferroviario per tornare a casa). Quindi anche ben poco puo' renderli felici".
Don Luigi, "Prete da Galera": edito da San Paolo editore
Enrico Baroncelli
(c) leccoprovincia.it
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